domenica, 04 dicembre 2005

Produrre più energia o risparmiare nei consumi energetici?

Quando ci troviamo di fronte ad una carenza di beni le possibili soluzioni sono due: o riduciamo i consumi od aumentiamo le entrate; se il prezzo delle banane va alle stelle, possiamo rinunciare al fragrante frutto oppure cercare un secondo lavoro per gustare la macedonia.
Anche nel settore dell’energia la scelta è la stessa: a fronte dell’iperbolico aumento del prezzo dei combustibili fossili, possiamo rinunciare a qualcosa oppure lavorare di più per continuare ad acquistare le stesse quote d’energia.
Ad essere più precisi, bisogna considerare che il petrolio è in via d’esaurimento (40 anni circa) e quindi – tornando in metafora – già sappiamo che dovremo, in futuro, rinunciare alle banane: tanto varrebbe iniziare a considerare una macedonia di fragole e mele, che non è certo da buttar via.
Uno dei principali dibattiti del mondo ambientalista verte proprio su questo dilemma: ridurre i consumi energetici od aumentare la produzione?

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domenica, 27 novembre 2005

TRATTAMENTO DELLA BIOMASSA

L’obiettivo della tesi ha riguardato l'ottimizzazione del trattamento di biomassa con Steam Explosion al fine di migliorare il recupero delle frazioni e poter procedere alla loro valorizzazione come substrati per la produzione di biofuels, materiali plastici e chemicals. La biomassa in esame è costituita dai gambi del mais, interessante in quanto trattasi di un residuo di un prodotto agricolo ampiamente diffuso sul territorio con potenzialità di impiego anche in settori energetici. Su di essa e sui prodotti derivati è stata eseguita la caratterizzazione chimico-fisica. I trattamenti di SE sono stati eseguiti mediante il reattore batch da 10 litri capace di processare circa 1 kg di biomassa umida per ciclo; i parametri esaminati sono stati la temperatura del processo e il grado di pre-impregnazione con acido solforico aggiunto per catalizzare le reazioni di idrolisi. L'ottimizzazione del trattamento è stata eseguita elaborando un piano sperimentale di esecuzione delle prove per mezzo dell'applicativo informatico DOE (Design Of Experiments). Sono stati elaborati i risultati da un punto di vista statistico, determinando le relazioni che intercorrono tra il risultato dell'esperimento e le variabili introdotte. Così facendo sono state determinate le condizioni operative ottimali per il miglior recupero dei costituenti ottenuti dal frazionamento del materiale trattato. [RC:0df7fb3d]

autore: Vincenzo Larocca

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domenica, 20 novembre 2005

Se la lobby europea dell'atomo s'inventa il nucleare ecologico.....

 

Fonte: www.liberazione.it
«Who is Lorenzo Cesa?». Tutto comincia con la domanda della collega inglese che mi prende di sorpresa mentre analizza i risultati del vertice Europeo di Hampton Court, sbandierato dalla presidenza britannica come il momento del rilancio dell'iniziativa europea dopo la battuta d'arresto di giugno quando non si riuscì a trovare un accordo sul bilancio dell'Ue. Vengo così a sapere che Cesa è l'unico italiano che ha firmato il manifesto dell'industria nucleare. Ringrazio la collega per l'informazione, e decido di approfondire la questione.

 

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DOSSIER RIGASSIFICATORE A TARANTO

Il gas stoccato nel rigassificatore è il GPL? NO, E’ il GNL. Il gas GNL (Gas Naturale Liquido) non va confuso con il GPL (Gas di Petrolio Liquefatto) che viene portato allo stato liquido con un processo di compressione.
Il GNL è gas compresso? NO. Il GNL giunge a pressione atmosferica tramite navi gasiere come gas naturale viene liquefatto (GNL) a - 161°C. Il gas metano liquido viene poi riconvertito allo stato gassoso negli impianti di rigassificazione.
Il metano è infiammabile? SI’. Il metano è molto più leggero dell'aria e può formare facilmente miscele infiammabili

Aspetti positivi
Il metano del rigassificatore è tossico? NO. Il metano non è tossico e non produce inquinamento in città. Solo in casa può essere pericoloso: essendo irrespirabile può causare asfissia qualora la sua concentrazione in aria riduca a valori troppo bassi il tenore di ossigeno per la respirazione.
Un rigassificatore è utile? SI’. E’ utile per incrementare la capacità italiana di importare gas, diversificando le fonti.
Il rigassificatore può sviluppare un indotto economico? SI’. Il valore aggiunto di un insediamento di questo tipo sta nella cosiddetta ”catena del freddo”. Infatti nel processo di rigassificazione viene restituita energia criogena (ossia che produce il freddo) ad una temperatura di 160 gradi. Essa può essere utilizzata dall’industria della surgelazione, per l’alimentazione dei magazzini frigoriferi, per la produzione di azoto liquido, per la liofilizzazione e polverizzazione nel settore farmaceutico ed alimentare, per l’industria microelettronica che produce ad esempio i superconduttori.
Il rigassificatore può offrire metano a prezzi competitivi? SI’. L’impianto offrirebbe grande disponibilità a prezzi vantaggiosi.

Aspetti negativi
Il rigassificatore crea molte opportunità di lavoro all’interno dell’impianto? NO. Gli addetti all’impianto sarebbero meno di cento, anche se nella fase di costruzione sarebbero un migliaio. Le opportunità di lavoro stabile si concentrerebbero nell’indotto della “catena del freddo”, ma ciò è legato alla capacità imprenditoriale di sfruttare tale opportunità.
Il rigassificatore sarebbe un’occasione di sviluppo per il porto? NO. Le navi-cisterna (gasiere) sono estremamente pericolose e il loro transito richiede il blocco del traffico portuale civile e militare in un’area di rispetto molto ampia.
Il rigassificatore ha un impatto positivo sulla pesca? NO. Il raffreddamento delle acque circostanti altererebbe l’ambiente marino, già alterato dall’eccessivo riscaldamento dell’acqua provocato dall’immissione delle acque di raffreddamento degli impianti Ilva. La mescolanza fra acque calde e fredde andrebbe studiata al fine di valutare il possibile impatto sull’habitat marino. L’”effetto compensazione”, infatti, sarebbe frutto di una sorta di “doccia scozzese”. Farà bene alla flora e alla fauna marina?

I rischi
È un impianto che produce inquinamento? NO. Il rigassificatore non ha un impatto inquinante che possa generare preoccupazione. Non è un impianto di produzione e non genera emissioni inquinanti in atmosfera. Il metano non è tossico.
È un impianto a rischio di incidente rilevante? SI’. L’impianto è però sottoposto alla direttiva Seveso per le attività a rischio di incidente rilevante. Il pericolo risiede nelle enormi quantità di gas stoccate. Altri rischi derivano dal transito delle navi che trasportano gas (navi gasiere).
Le navi gasiere possono prendere fuoco? SI’. E’ capitato già altre volte che sia divampato un incendio nella sala macchine. In questi casi c’è un pericolo concreto di incidente rilevante, in considerazione del fatto che le navi gasiere possono essere lunghe trecento metri e trasportare anche 140 mila tonnellate di gas metano liquefatto.
Un rigassificatore può sorgere vicino ad una città? NO. Il rischio di incidente rilevante non consente una collocazione che metta in pericolo la vita della popolazione urbana. Autorevoli studi scientifici consigliano la collocazione dei terminal di rigassificazione in porti industriali distanti e separati da quelli commerciali e turistici.
Un rigassificatore può sorgere vicino ad impianti a rischio di incidente rilevante? NO. Si creerebbe infatti un “effetto domino” e un incidente rilevante al rigassificatore potrebbe coinvolgere gli altri impianti. Viceversa un incidente rilevante agli impianti ad alto rischio vicini potrebbe trasmettersi al rigassificatore. La direttiva Seveso, con i suoi aggiornamenti, impone misure di particolare cautela per evitare l’“effetto domino”.
A Taranto vi sono altri impianti sottoposti alla direttiva Seveso? SI’. Essi sono 10:
  • Italiana Carburanti spa (deposito oli minerali)
  • Enipower spa (Centrale termoelettrica)
  • Incalgal (deposito di gas liquefatti)
  • Italesplosivi spa (produzione e/o deposito di esplosivi)
  • ISE srl (Produzione e/o deposito di gas tecnici)
  • Basile Petroli spa (Deposito di oli minerali)
  • ILVA Laminati piani spa (Acciaierie e impianti metallurgici)
  • Agip Petroli/Agip Gas (Deposito di gas liquefatti)
  • Agip Petroli spa (Raffinazione petrolio)
  • Agip Petroli spa (Deposito di oli minerali)
Dossier a cura di Tarantosociale www.tarantosociale.org

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domenica, 13 novembre 2005

L´annuncio di Guarguaglini: "Si riparte con il nucleare" Ansaldo 2005, ritorno al futuro

Scajola: "Il referendum è stato un errore, quella scelta ci costa ancora oggi moltissimo"

Dopo diciotto anni il termine "nucleare" esce dall´ombra nella quale l´aveva costretto il referendum del 1987 e torna a campeggiare nel marchio di una società. Anzi: della sua società. Dal 1° novembre rinasce infatti Ansaldo Nucleare, società Finmeccanica con una paio di centinaia di dipendenti e un capitale sociale "il più esiguo possibile", come tiene a sottolineare lo stesso presidente della capogruppo, Pierfrancesco Guarguaglini. Il quale getta acqua sul fuoco («È poco più di un cambio di maglia, gli stessi tecnici che oggi fanno parte della divisione nucleare di Ansaldo Energia si potranno presentare come rappresentanti di una società per azioni dal nome storico»), ma inutilmente: vicino a lui c´è il ministro della Attività Produttive, Claudio Scajola, che invece sul nucleare punta molto. E non perde l´occasione di riaffermare con forza le sue convinzioni: «Il referendum sul nucleare è stata una scelta errata - afferma - : si scelse di fuggire, fu l´abdicazione della politica al compito di indicare le prospettive a lungo termine. Eravamo i secondi al mondo come tecnologia e come produzione. Quella scelta ci costò moltissimo: se avessimo proseguito su quella strada avremmo sviluppato un grande settore industriale e oggi potremmo avere energia a costi del 30% inferiori a quelli attuali».
Non è senza significato il fatto che la nuova società abbia sede centrale a Genova. Il capoluogo ligure fino alla metà degli anni Ottanta è stato la capitale del nucleare. Tornerà ad esserlo? Scajola non ha dubbi, Guarguaglini fa lo gnorri, il presidente della Regione Claudio Burlando nicchia: «Certo a Genova il nucleare ha una grande tradizione - dice - Il palazzone al fianco della Fiera, che ora ospiterà un albergo, i genovesi lo chiamano ancora Palazzo Nira come ai tempi in cui c´erano gli uffici del settore. Che Ansaldo Nucleare possa operare all´estero per non perdere know how e mercato mi sembra una scelta doverosa».
In realtà il nucleare di Ansaldo si è ridotto ma non è mai stato completamente abbandonato. Anche dopo lo smantellamento della struttura industriale nucleare, sulla quale l´allora amministratore delegato Giovanni Gambardella aveva puntato tutte le carte produttive, è rimasto un nucleo composto da circa 180 tecnici che opera ancora nel settore. Lavora per esempio in Romania, in Francia, ha buone prospettive per partecipare allo "spegnimento" dei sottomarini nucleari in Russia. Ma per Scajola la nascita di Ansaldo Nucleare va più in là della semplice ingegneria societaria: è l´indicazione di una rinnovata "via italiana al nucleare" che secondo il ministro è una strada obbligata: «L´obiettivo del governo - spiega Scajola - è cambiare il mix per la produzione di energia elettrica, oggi tutta affidata al petrolio, unendo il gas e il carbone pulito. Puntiamo anche sulle energie alternative: il bando sul solare è stato un successo, in dieci giorni abbiamo avuto 3.500 domande, prossimamente faremo il bando anche sull´eolico. Ma dobbiamo entrare nel nucleare, riacquisire le competenze che abbiamo perso».
Nel settore energetico Finmeccanica punta sul nuovo accordo tra Ansaldo Energia e Siemens: un´intesa grazie alla quale Ansaldo Energia potrà continuare a produrre senza limiti di tempo e senza il riconoscimento di royalty tutti i tipi di macchine costruiti fino a oggi. Ansaldo Energia, ha detto Guarguaglini, stima 800 milioni di ricavi nel 2005, 1.100 milioni nel 2008 e 1.200 milioni nel 2012. Le previsioni indicano la progressiva diminuzione delle quote derivanti da manifattura e impianti e l´aumento dei ricavi nel comparto service e nel nucleare, che nel 2012 peseranno rispettivamente per il 38% e per il 9%. L´accordo con Siemens, ha aggiunto Guarguaglini, consente anche di adeguare tecnologicamente le macchine esistenti, di cooperare caso per caso con Siemens, di diventare leader nel settore del service tra gli operatori indipendenti. La costituzione di «Ansaldo Nucleare» ha un valore di portata storica per il futuro industriale ed economico di Genova - ha dichiarato il sottosegretario agli Affari Regionali Alberto Gagliardi - e restituisce a Genova il primato di capitale dell´industria nucleare italiana, fatto di lavoro, ricerca, tecnologia e innovazione».

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domenica, 06 novembre 2005

RIFIUTI RADIOATTIVI IN BASILICATA

Rifiuti tossici e radioattivi: uno scenario sconvolgente. Legambiente: il governo costituisca un’unità di crisi. Dopo il memoriale dell’ex boss della ‘ndrangheta pubblicato da L’Espresso. Rifiuti tossici e radioattivi Uno scenario sconvolgente. Legambiente: il governo costituisca un’unità di crisi. In Parlamento una commissione d’inchiesta.

Le dichiarazioni di Enrico Fontana e Nuccio Barillà. La lettura del memoriale che l’ex boss della ‘ndrangheta ha consegnato alla Dna pubblicato questa mattina dall’Espresso è davvero sconvolgente. Al di là delle eventuali responsabilità dei singoli e delle società chiamate in causa, che dovranno essere verificate dalla magistratura, emerge la sostanziale conferma delle denunce fatte da Legambiente a partire dal 1994 sull’esistenza di vasti traffici, nazionali e internazionali, di rifiuti pericolosi e radioattivi. Non erano visionari i magistrati, gli ambientalisti e i cittadini che in questi anni si sono occupati di queste vicende.

“Le indicazioni puntuali circa i presunti luoghi di smaltimento illecito a terra (in particolare il comune di Pisticci, lungo il torrente Vella, dove sarebbero stati sepolti 100 bidoni contenenti rifiuti tossici e radioattivi), i siti di affondamento indicati per almeno tre navi, anche queste, secondo il memoriale dell’ex boss della ‘ndrangheta, cariche di rifiuti tossici e radioattivi, lungo le coste calabresi e lucane (in particolare a largo di Maratea, in acque internazionali a largo di Cetraro e di Genoano) – affermano Enrico Fontana, responsabile dell’Osservatorio Ambiente e Legalità di Legambiente e Nuccio Barillà del direttivo nazionale e di Legambiente Calabria - impongono pertanto l’immediata attivazione di mezzi e strutture tecniche in grado di accertare la veridicità delle gravi affermazioni dell’ex boss. E vanno immediatamente attivate le procedure di cooperazione internazionale per estendere le ricerche e gli accertamenti anche nei singoli siti indicati in Somalia”.

Alla luce di questo memoriale e delle notizie emerse nel corso di questi anni anche grazie alle denunce di Legambiente, non è più pensabile lasciare senza risposte immediate e finalmente chiare queste vicende gravi.

Due le richieste precise di Legambiente. La prima è rivolta al governo: la costituzione di una vera e propria unità di crisi interministeriale, coordinata dal dipartimento della Protezione civile e che coinvolga i ministeri dell’Interno, degli Esteri, della Giustizia, dell’Ambiente che, di comune accordo con la Direzione nazionale antimafia, accompagni con mezzi, risorse e personale specializzato le delicate e fondamentali verifiche di quanto viene dichiarato dall’ex boss della ‘ndrangheta.

Legambiente rivolge poi un appello pressante a tutte le forze politiche perché attivino immediatamente una commissione parlamentare d’inchiesta sulle navi di veleni che, da oggi alla fine della legislatura, segua il difficoltoso percorso per l’accertamento della verità.

Vale la pena di ricordare, infine, che i fatti emersi dal memoriale pubblicato oggi dall’Espresso e le notizie di questi anni, hanno fatto emergere dei collegamenti tra queste sconvolgenti vicende sia con la morte misteriosa del capitano di corvetta della Capitaneria di porto di Reggio Calabria, Natale De Grazia, che stava indagando proprio sulle navi dei veleni sia il duplice assassinio della giornalista della Rai Ilaria Alpi e del suo operatore Miran Hovratin che stavano conducendo un’inchiesta sul traffico internazionale dei rifiuti in Somalia.


SVEZIA SPEGNE LA CENTRALE NUCLEARE IN ANTICIPO

La Svezia spegne la centrale nucleare di Barseback con due anni d’anticipo rispetto al previsto. Un'accelerazione sui tempi di spegnimento che fa esultare le popolazioni danesi residenti sulle coste davanti alla centrale di Barseback sul Mar Baltico.

La Danimarca è dichiaratamente 'nuclear free' mentre è ben più complesso il quadro svedese e, per molti aspetti, simile a quello italiano (fonte BBC news). La decisione svedese di rinunciare all'energia atomica venne presa nel 1980 nel pieno apice della protesta antinuclearista dei cittadini. Gli svedesi votarono l'uscita dal nucleare attraverso un referendum del 1980, sei anni prima del disastro di Chernobyl. Dopo venticinque anni dal voto popolare prosegue il piano di smantellamento delle centrali. Già nel 1999 era stato spento un reattore sempre nella centrale di Barseback,

Negli ultimi tempi la Svezia sta riconsiderando l'opzione nucleare per ridurre l'inquinamento globale. Sulla base dei sondaggi l'80% degli svedesi manterrebbe le centrali nucleari per alleggerire la dipendenza dall'import di energia da gas e carbone e per il timore di vedere crescere il costo dell'energia elettrica in bolletta. Finora l'energia nucleare ha coperto quasi la metà del fabbisogno nazionale di energia. A spingere gli svedesi verso un ripensamento sul nucleare contribuisce anche la centrale nucleare finlandese in cantiere in una località poco distante dai confini a nord della Svezia. Entrerà in funzione nel 2009 ed è l’unica nuova centrale nucleare europea in costruzione in Europa da almeno quindici anni.

Malgrado i sondaggi descrivano un ipotetico ripensamento popolare il governo svedese prosegue lo smantellamento delle centrali atomiche tenendo fede all'esito del referendum popolare nel 1980. Va comunque puntualizzato che molte centrali nucleari svedesi sono ormai al termine del loro ciclo di vita, andrebbero comunque messe fuori uso.

Gli investimenti del governo svedese sono stati concentrati soprattutto nel settore dell'energia rinnovabile per compensare la perdita di energia causata dalla chiusura della centrale nucleare di Barseback. La stessa azienda di stato Vattenfal che gestiva i reattori di Barseback realizzerà entro il 2010 una nuova centrale eolica per una produzione annuale equivalente di 148 terawatts/h (circa la metà dell’energia prodotta nel complesso di Barseback), si tratta pertanto della più grande wind farm del nord europa.

Il nucleare trova spazio nelle discussioni politiche in ogni latitudine europea. I governi svedesi sono lodevoli per il forte rispetto della volontà popolare espressa 25 anni fa dagli svedesi nel referendum contro il nucleare, nonostante l'opinione pubblica mostri recentemente una nuova apertura verso l'energia atomica. Altro aspetto degno di nota è l’impegno concreto del governo svedese negli investimenti sulle energie rinnovabili come vera alternativa al nucleare.

Rispetto della volontà popolare e investimenti nelle energie rinnovabili, tutto questo non è utopia ma accade oggi in Svezia, poche migliaia di chilometri sopra le Alpi e anni luce rispetto a quanto osserviamo in Italia. L'esempio svedese dovrebbe far riflettere.

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domenica, 30 ottobre 2005

COMITATI CONTRO L'EOLICO SELVAGGIO IN PUGLIA

Faeto (FG): I Comitati contro l’eolico selvaggio di Faeto e del Subappennino dauno Liberiamo il vento.

La protesta dei cittadini di Faeto (FG) e di quelli del Subappennino dauno in Provincia di Foggia contro l’eolico selvaggio. Le centrali eoliche mettono in subbuglio un’intera area.

Costituiti decine di comitati che protestano per il deterioramento paesaggistico: un territorio che rischia di avere centinaia di pale eoliche e scadenti benefici economici che ricadono sui paesi sia in termini economici che lavorativi.

La protesta e un appello, vengono da un gruppo di cittadini che hanno costituito vari Comitati contro l'eolico selvaggio che contano centinaia e centinaia di iscritti. I cittadini sottolineano che gli aerogeneratori si trovano in luoghi che rientrano o che sono limitrofi a zone boschive di primaria importanza, a zone catalogate come SIC e PUTT, a zone che sono state incluse nell'area del Parco dei Monti Dauni Meridionali, da sottolineare che il 90% del territorio è sottoposto ai vincoli dell'Autorità di Bacino della Puglia e di quella del Liri-Garigliano. I cittadini denunciano che nel Sud gli imprenditori dell'eolico hanno trovato terreno fertile tra le amministrazioni dei paesi più poveri e non a caso la maggiore concentrazione di impianti si trova nel Subappennino dauno. Gli imprenditori dell'eolico sanno benissimo che se impiantassero le loro torri a Portofino o sulle montagne di Cortina d'Ampezzo si ritroverebbero a fare i conti con una probabile rivolta delle popolazioni locali. Infatti due Regioni come il Veneto e la Valle D'Aosta hanno messo le mani avanti rifiutandosi di ospitare anche una sola pala eolica sul loro territorio. Essi denunciano che le amministrazioni locali dei Comuni interessati spesso svendono per pochi soldi i valori ambientali più significativi dei loro territori con accordi fra amministratori comunali e società proponenti senza coinvolgere minimamente la popolazione che pure possiede un diritto di scelta sul proprio territorio. Inoltre denunciano che non è stata mai indetta un'assemblea popolare, peraltro prevista in tutti gli statuti comunali riguardo a temi importanti come questo, per far capire alla gente il perché di tale decisione e, soprattutto, i benefici che ne sarebbero derivati, sia in termini economici che lavorativi per i cittadini, e per coinvolgerla democraticamente nella scelta. Essi poi pongono una serie di domande cui i vari Sindaci e la classe politica provinciale e regionale dovrebbero dare risposte concrete. Forse chiediamo troppo se desideriamo essere coinvolti in un processo democratico di scelta? Lo sapete o no che, ad esempio, la pressione fiscale nei comuni del Subappennino non è affatto diminuita per merito dei quattro soldi incassati dai bilanci comunali? Lo sapete o no che noi cittadini non ne traiamo alcun beneficio? Lo sapete che sono stati creati solo pochissimi posti di lavoro? Lo sapete o no che paghiamo solo il costo ambientale e della distruzione del territorio? Lo sapete o no che le abitazioni ed i terreni vicini a quelli in cui vengono installate le pale eoliche si deprezzano irrimediabilmente? Lo sapete o no che tra una decina d’anni i costi di gestione di questi impianti saranno molto elevati e che essi saranno abbandonati e delle pale eoliche si impossesserà la ruggine? Lo sapete o no che a quel punto la dismissione delle pale eoliche sarà a totale carico degli agricoltori che le hanno accettate sul proprio terreno? Lo sapete o no che occorrerebbero oltre 5000 pale eoliche per avere un risparmio di petrolio dell'1,1% all'anno?

E poi in realtà la fonte di energia eolica può essere definita rinnovabile ma non pulita né tantomeno compatibile in quanto essa è una forma di energia per la cui produzione è necessario "sporcare" pesantemente il volto di un territorio, come sta avvenendo nel nostro Subappennino dauno in cui tutti sappiamo che è alto il pregio ambientale ed il valore storico e che ha buone potenzialità turistiche, poiché le centrali eoliche sono veri e propri impianti industriali e perciò del tutto incompatibili con l'ambiente montano. In conclusione, quindi, noi cittadini del Subappennino dauno cosa stiamo a fare, siamo forse sempre i soliti terroni che devono farsi colonizzare in silenzio? Purtroppo per questi signori quel tempo è finito! Vogliamo finalmente risposte concrete. Qualche consigliere regionale come il Dott. Francesco Damone ha iniziato a fornirci qualche risposta e ci auguriamo che le risposte siano sempre più numerose a tutti i livelli politici ma ci chiediamo dove sono i Sindaci dei nostri Comuni? Vogliamo capire finalmente dai Sindaci quali sono i reali benefici che hanno riservato a noi cittadini del Subappennino dauno e se essi potranno davvero aumentare la qualità della vita dei nostri piccoli paesi. Analizziamo insieme e profondamente i problemi che poniamo e cerchiamo di trovare ad essi soluzioni adeguate sia a livello politico che sociale.


Il Comitato contro l’eolico selvaggio Liberiamo il vento Faeto (FG)

Il Comitato contro l’eolico selvaggio di Montecalvello Troia (FG)

Il Comitato contro l’eolico selvaggio di Alberona (FG)

Il Comitato contro l’eolico selvaggio di Bovino (FG)

Il Comitato contro l’eolico selvaggio di Sant’Agata di Puglia (FG)

Il Comitato contro l’eolico selvaggio di Bisaccia (AV)

 

 

 

 

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domenica, 23 ottobre 2005

Petrolio nel Caucaso tra pace e guerra

Nicola Melloni http://ww2.carta.org/articoli/articles/art_3414.html<... - 31 maggio 2005
Pochi giorni fa e' stata inaugurata la molto attesa e molto temuta pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan (Btc). Lunga 1770 kilometri. Costato 3,6 miliardi di dollari e capace di trasportare 1 milione di barili al giorno dal Mar Caspio al Mediterraneo, l'oleodotto attraversa tre paesi (Azerbaijan, Georgia e Turchia) in una della aree piu' instabili e pericolose del mondo: il Caucaso.
Il progetto, fortemente voluto dagli Stati Uniti e' stato realizzato con fondi internazionali (dalla Ebrd, la Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, all'Ifc, una consociata della Banca mondiale) e vede riunite in un consorzio molte tra le piu' grandi imprese petrolifere mondiali (tra cui l'Eni), guidate dalla British Petroleum (Bp).

La realizzazione dell'oleodotto va inquadrata e valutata in termini geopolitici, assai piu' che economici. Le riserve petrolifere del Mar Caspio sono seconde solo a quelle del Golfo Persico (ma c'e' chi dice che potenzialmente potrebbero essere superiori), ma fino a questo momento era impossibile trasportare il greggio verso occidente senza passare per la Russia (o per l'Iran). Il potere di interdizione di Mosca era quindi grandissimo. Questo poteva andare bene fino a che' ci fosse stato un "nostro uomo" al Cremlino (Eltsin, in questo caso), ma con le rinate pretese imperiali della Russia di Putin, bisognava trovare un'altra soluzione. Le guerre cecene sono state funzionali come non mai agli interessi americani: Mosca non e' in grado di controllare il proprio territorio nel Caucaso e quindi le pipelines russe non sono sicure.

Peccato che la situazione nelle altre repubbliche caucasiche non fosse propriamente migliore. La regione e' dilaniata da guerre intestine, alleanze strategiche, banditismo e dittature. Tre piccoli stati (Azerbaijan, Armenia, Georgia), tre repubbliche che non esistono su alcuna cartina geografica ufficialmente riconosciuta (Nagorno-Karabakh, Abkhazia e Ossezia del Sud), due vicini grandi e scomodi (Russia e Turchia): il panorama non e' di facile comprensione. Azerbaijan e Armenia sono in stato di guerra (calda o fredda, a seconda dei momenti) da oltre 15 anni, per via del Nagorno Karabakh, provincia azera a maggioranza armena; il confine tra Armenia e Turchia e' chiuso, data anche la storica ostilita' turca a riconoscere i diritti delle minoranze, tra cui quella armena, il cui genocidio, all'inizio dello scorso secolo, anticipava la feroce repressione contro i curdi. La Russia sostiene e foraggia le due repubbliche ribelli della Georgia (Abkhazia e Ossezia del Sud), in cui mantiene basi militari per non perdere tutto il proprio peso nella regione. In Azerbaijan da poco il potere e' passato dalle mani di Aliev padre a quelle di Aliev figlio, ma visto che il paese e' il piu' ricco produttore di petrolio della regione, gli Stati Uniti lo sostengono, fedeli all'idea che se "Parigi val bene una messa", il petrolio val bene una dittatura. Anche i Turchi sono schierati di conseguenza, mentre la Russia appoggia, anche se con meno enfasi, l'Armenia.

L'oleodotto, ovviamente, gira attorno all'Armenia, al Nagorno Karabakh e alle province ribelli della Georgia. Proprio in quest'ultimo paese, che pur orientato verso Occidente adottava con Shevarnadze la politica dei due forni, l'anno scorso si e' svolta la cosiddetta rivoluzione delle rose, che ha portato stabilmente Tblisi in zona americana, e dove ora la polizia e' addestrata dall'esercito americano su come difendere le pipeline. Esercito americano che, presente sul territorio, potrebbe pure difendere le installazioni da se', qualora se ne presentasse la necessita'. La visita di Bush di poche settimane fa mirava esattamente a questo. Ora l'amministrazione americana ha spostato le sue attenzioni sull'Azerbaijan per ottenere prerogative similari anche in quel paese.

Tutto questo non puo' che acuire la tensione nel Caucaso. Inoltre, a sorpresa, poche settimane fa anche il Kazakhistan ha deciso di unirsi al gioco di potenze nella regione, dichiarando di voler immettere il suo petrolio (e' il secondo produttore dell'area post-sovietica dopo la Russia) nel BTC, ancora una volta a scapito delle pipeline russe che venivano utilizzate fino ad ora.
Insomma, a Mosca si vive la sindrome dell'accerchiamento. Con i fondi del petrolio si rafforzera' la dittatura di Aliev in Azerbaijan, che forte dell'appoggio incondizionato dell'Occidente potrebbe anche scegliere di cercare di chiudere i conti con l'Armenia. Saakashvili ed il governo georgiano sembrano decisi a fare lo stesso con le due repubbliche ribelli, alimentando la tensione nell'area. Alle spalle di tutti la Turchia cerca di rafforzare il suo progetto di egemonia sul Caucaso, sfruttando le incertezze di Mosca ed il supporto americano.
L'Europa ha scelto, sottovoce, di prendere posizione a fianco degli Stati Uniti. British Petroluem (e di conseguenza il governo inglese) e', come si e' ricordato, la capofila dell'impegno europeo sulla rotta del petrolio, spalleggiata sia da Eni che da Elf (Francia). La scelta, una volta di piu', e' miope di corto-raggio: da un lato si frena il processdo di adesione della Turchia alla Ue, mentre dall'altro la si incoraggia nel suo progetto egemonico nel Caucaso e di repressione e sfruttamento del popolo curdo (la pipeline passa per un largo tratto sul Kurdistan turco, senza che quella popolazione ne goda dei discutibili frutti). Da un lato si dichiara la democrazia come un principio irrinunciabile, dall'altro si finanzia un regime corrotto e dittatoriale come quello azero. Da un lato, soprattutto, si vorrebbe provare a rendersi piu' indipendenti dagli Stati Uniti, dall'altro si isola la Russia e ci si prepara a diventare dipendenti dalla politica e dalla presenza americana anche per il petrolio che viene dall'Est.

Per l'oro nero si e' sempre trafficato, spesso ucciso, si e' comunque sempre cercato di sfruttare i paesi produttori, finanziando dittature ricche dei loro proventi ma che lasciassero sempre e comunque la fetta piu' sostanziosa alla rapacita' occidentale, mentre le popolazioni locali sopravvivono nella miseria. Il Btc non fa eccezione.

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domenica, 09 ottobre 2005

Hurricanes, Climate, and Katrina

Research, Reviews, and Articles from Science Online

Science and its publisher, AAAS, share with our fellow citizens the deep sense of loss occasioned by the devastation wrought by Hurricane Katrina and also extend our sympathy to those affected by Hurricane Rita. As an aid to policy makers, scientists, and the public in understanding the large-scale forces and smaller-scale scientific, social, political background to the disaster, we are making available, free to all visitors via this page, this selection of past Science articles related to hurricanes, coastal disasters, and disaster policy.

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domenica, 25 settembre 2005

Rubbia sceglie il sole spagnolo

«Me ne vado in Spagna a fare quello che in Italia non mi hanno consentito di realizzare. Un nuovo impianto per sfruttare la fonte energetica del futuro: il solare termodinamico. Il nuovo solare. La stessa tecnologia che avrei voluto mettere in piedi in Sicilia, a Priolo, nei pressi di Siracusa. Visto che in Italia non si farà, sono stato prescelto per svilupparla in Spagna».

Un´occasione perduta. Perché è naufragata?
«Abbiamo chiesto un anno e mezzo fa di avere una risposta semplice. Ci voleva qualcuno nel ministero delle Attività produttive e dell´Ambiente che dicesse "il solare termodinamico che voi avete progettato è verde, pulito, come l´energia eolica o il solare fotovoltaico". Ma essendo una cosa nuova nessuno ha voluto esprimersi. Abbiamo atteso un anno e mezzo. Nel frattempo gli spagnoli hanno fatto una legge che dichiara che il solare termodinamico è verde. Risultato: io adesso me ne sono andato dall´Enea e ho preso la responsabilità del progetto per sviluppare la stessa tecnologia in Spagna».
Con la creazione di nuovi posti di lavoro qualificati in quel paese invece che in Italia.
«Certo. Dal punto di vista scientifico che l´impianto, di rilevanza mondiale, venga realizzato in un paese piuttosto che in un altro non cambia nulla. Ma che posti di lavoro si creino in Spagna invece che in Italia è una realtà».

«A lungo termine esistono solo due sorgenti di energia che ci permetteranno di abbassare la temperatura del pianeta: il solare nuovo e il nuovo nucleare. Un nucleare capace di eliminare il problema dei rifiuti e di spezzare il rapporto tra energia nucleare e usi militari. Penso alla fissione fatta non sull´uranio, ma sul torio».

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domenica, 18 settembre 2005

CERNOBYL, RAPPORTO ONU

LEGAMBIENTE: "ASSURDO RIDIMENSIONARE UNA DELLE PIU' GRANDI CATASTROFI NUCLAERI DEL NOSTRO TEMPO"

L'ASSOCIAZIONE AMBIENTALISTA CHIEDE RISPETTO PER LE VITTIME DELL'INCIDENTE

Rispetto per le vittime di Cernobyl: non solo per coloro che sono morti in seguito all'incidente nucleare avvenuto quasi venti anni fa, ma anche per le persone che ancora oggi vivono nelle aree contaminate.

E' quello che chiede Legambiente in seguito alla presentazione del documento sul disastro nucleare elaborato dal "Forum Cernobyl", composto da un centinaio di scienziati, e raccolto in tre volumi per un totale di circa 600 pagine.

L'Agenzia Internazionale per l'Energia Atomica dell'Onu, uno degli organismi coinvolti nello studio insieme all'Organizzazione Mondiale della Sanità, riassume con una "riduzione ai minimi termini" l'incidente avvenuto nel 1986.

Si parla di circa 50 morti direttamente correlabili alla catastrofe nucleare e di danni di gran lunga minori alle previsioni come se altri dati, quelli che parlano di incremento di malattie e di numeri ben più elevati di decessi appartenessero ad un'altra storia.

"Tra poco si dirà che a Cernobyl non è successo nulla. Nessuno vuole entrare nel balletto dei numeri dei deceduti, ma è assurdo ridimensionare una delle più grandi catastrofi nucleari del nostro tempo." Così Legambiente, per voce del coordinatore nazionale del Progetto Cernobyl, Angelo Gentili commenta con stupore e disappunto lo studio pubblicato in questi giorni a Vienna in occasione di un convegno sull' "eredità" di Cernobyl.

"La realtà - continua Gentili - è che gli effetti dell'incidente di Cernobyl si fanno ancora sentire. In Bielorussia il tasso di natalità è diminuito del 50 per cento, mentre si registra un forte aumento dei casi di cancro tiroideo''.

Non solo l'associazione ambientalista di contro ai dati del Forum Cernobyl, porta come esempio il caso del prof. Youri Bandazhevsky, anatomo-patologo, che lavorando per nove anni nei territori contaminati ha scoperto che il Cesio 137 distrugge progressivamente gli organi vitali. Non solo nelle sue ricerche ha scoperto anche un tipo di cardiopatia direttamente correlabile alla presenza di Cesio nell'organismo. Proprio questo medico dopo aver pubblicato le sue scoperte è stato arrestato e condannato per presunta corruzione.

"Preoccupa- continua Angelo Gentili di Legambiente- anche il ritorno delle popolazioni nelle aree contaminate. Sono rientrate nei pressi della centrale più di mille persone che mangiano tutti i giorni cibo fortemente radioattivo e bevono acqua ai radionuclidi con conseguenze gravi per la loro salute i cui effetti si avranno tra decenni. In quelle zone aumentano le malattie, ospedali che non hanno farmaci, intere popolazioni rassegnate e abbandonate a sé stesse''.

Legambiente continua ad operare nelle aree contaminate con progetti di cooperazione nelle aree contaminate. Per il ventennale organizzerà iniziative e manifestazioni per ribadire i danni causati dall'utilizzo dell'energia atomica.

APPROFONDIMENTI:

http://www.progettohumus.it/forum/viewtopic.php?t=182

http://www.undp.org/dpa/publications/chernobyl.pdf

http://un.by/pdf/HighlightsRecommendations+Figs-rev-acc.pdf

http://un.by/en/who/news/world/05-09-05-01.html

10:37 Scritto in Approfondimento Domenicale | Link permanente | Commenti (0) | Manda

domenica, 04 settembre 2005

L’aumento della bolletta petrolifera

Il Pil aumenta, ma l’Italia affonda a causa della bolletta petrolifera che nel 2005 sarà salata, anzi salatissima. Si tratta di una stangata da 21 miliardi di euro, la più alta degli ultimi venti anni, dopo quella del 1985, che pesò sui conti dello Stato per 32 miliardi, con la differenza che quelli erano miliardi di lire e questi sono miliardi di euro. Non c’è stato neppure il tempo per rallegrarsi della notizia che il Pil nel 2° semestre ha subito un incremento dello 0,7%, perché la stangata dell’oro nero ha reso tutto più complicato. Non c’è che dire. Eppure l’Italia, paese del sole e del vento, poteva ridurre la bolletta petrolifera, se avesse imboccato la strada delle energie pulite e non inquinanti, come hanno fatto Spagna, Germania, Danimarca, Olanda ed altri paesi dell’UE, che hanno privilegiato la politica dello sfruttamento delle risorse naturali che non costano nulla rispetto al petrolio degli sceicchi. L’Italia ha abbandonato il nucleare con il noto referendum che ha bandito le centrali nucleari dal nostro paese, perché pericolose ed insicure, anche se ce l’ha al suo confine con la Francia, che addirittura vende energia nucleare all’Italia.
L’Italia non ha una politica energetica: le sue centrali elettriche sono alimentate con il petrolio, che importiamo senza risparmio dal Medio Oriente, arricchendo gli sceicchi. Il Ministero dell’Ambiente è completamente assente, il suo responsabile forse non conosce neppure l’importanza delle fonti rinnovabili, e la quantità di energia pulita che si può produrre dal loro impiego.Abbiamo citato alcuni paesi europei, che sono tra i maggiori produttori di energia pulita, che utilizzano il vento per produrre energia eolica, il sole per quella solare, oltre a produrre energia da biomasse. Parliamo di alcune regioni italiane, che da importatrici di energia, potrebbero essere esportatrici, solo che si dotassero di un serio piano energetico, che puntasse allo sfruttamento del vento e del sole. Tra queste regioni c’è la più povera regione d’Europa, la Calabria, che è ricca di vento, soprattutto nella zona aspromontana, però l’Autorità del Parco, fino a due anni fa, pur dedicandosi allo studio dei venti, non disponeva di un “anemometro” per misurare la loro velocità. Prendiamo la Sicilia, una delle isole più assolate del mondo, potrebbe essere una grande produttrice di energia solare, ma neppure quest’isola ha un piano per lo sfruttamento dell’energia solare. Sono due esempi di due regioni in ritardo di sviluppo, che beneficiano di ingenti fondi strutturali per la loro crescita, ma si guardano bene dall’impiegarli per far decollare l’industria energetica, che potrebbe dare non solo ricchezza, ma anche occupazione. L’imprevidenza delle regioni e dello Stato italiani non hanno sicuramente pari in Europa. Ancora, la bolletta del 2005 poteva essere più pesante, se non si fosse verificato un decremento della produzione industriale, che a giugno ha registrato un calo dello 0,7%, mentre nell’UE è aumentata dello 0,3%. Tutto sommato il calo della produzione industriale è stato, sotto questo aspetto, provvidenziale. Purtuttavia, gli effetti della bolletta energetica hanno pesanti riflessi sull’inflazione, con il petrolio che ha sfiorato i 70 dollari al barile. In presenza di una situazione come questa, è auspicabile che il Governo appronti un piano energetico che punti allo sfruttamento delle fonti rinnovabili e ne incentivi la sua attuazione. fonte: Opinione.It

11:30 Scritto in Approfondimento Domenicale | Link permanente | Commenti (0) | Manda

domenica, 28 agosto 2005

I Rifiuti Urbani sono una fonte di energia rinnovabile?

di Federico Valerio

L’Unione Europea crede nelle fonti energetiche rinnovabili e con la Direttiva 2001/77/CE si è posta l’obiettivo di produrre il 22,1% di elettricità da fonti energetiche rinnovabili entro il 2010. E per non
sbagliare, in questo stesso Decreto la stessa Unione Europea ha fatto un puntuale elenco di quali sono le fonti di energia rinnovabile:
• Eolica
• Solare
• Geotermica
• Moto ondoso
• Maremotrice (maree)
• Idraulica
• Biomassa
• Gas di discarica
• Gas residuati dai processi di depurazione e biogas
Per evitare confusione il decreto precisa anche cosa si intende per biomasse: “La parte biodegradabile dei prodotto, rifiuti e residui provenienti dall’agricoltura (comprendenti sostanze vegetali ed animali) e dalla silvicoltura e dalle industri connesse, nonché la parte biodegradabile dei rifiuti industriali e urbani”. E conoscendo i suoi “polli”, nel preambolo della Direttiva, al punto 8, la Direttiva precisa: “Nel contesto di un futuro sistema di sostegno alle fonte energetiche rinnovabili non bisognerebbe promuovere l’incenerimento dei rifiuti urbani non separati, se tale promozione arrecasse pregiudizio alla gerarchia di trattamento dei rifiuti (prima ridurre, poi riciclare, poi
recuperare materia, infine recuperare energia. ndr). Nel dicembre 2003, con il Decreto n 387, l’Italia recepisce questa direttiva e all’art. 2, comma a, diligentemente chiarisce quali sono le fonti energetiche rinnovabili, riprendendo alla lettera l’elenco della UE. Il Decreto 387, a sua volta, si propone di promuovere la produzione di elettricità da fonti energetiche rinnovabili con incentivi economici denominati “Certificati Verdi”. In sintesi, il 2% di elettricità che le aziende italiane producono o importano deve derivare da fonti rinnovabili. Le quote di energia rinnovabile che spettano a ogni azienda possono essere autoprodotte oppure acquistate, sotto forma di Certificati Verdi, da chi
effettivamente produce energia elettrica da fonte rinnovabile. Il valore di un Certificato Verde varia in base alle richieste del mercato: nel 2004 un chilowattora da fonte energetica “rinnovabile” è
stato pagato 9,74 centesimi. Oltre a questo eco incentivo, lo stesso chilowattora prodotto da fonte rinnovabile, ha ricevuto dal gestore della rete il valore corrente pagato per l’elettricità prodotta da fonte convenzionale (5,6 centesimi/kwh), totalizzando un guadagno complessivo di 15,34 centesimi a chilowattora. Arrivato alla lettura dei primi articoli del Decreto 387, l’ambientalista “DOC” si sentirebbe in dovere di ringraziare il ministro Bersani che lo ha firmato, per il sostanziale contributo dato allo sviluppo dell’energia rinnovabile , ma arrivato all’art 17 , lo
stesso ambientalista sarebbe costretto a ricredersi, in quanto con un colpo di genio, tutto italico, la lobby degli inceneritori è riuscito ad introdurre nel Decreto, questo codicillo: “…sono ammessi a beneficiare del regime riservato alle fonti energetiche rinnovabili i rifiuti, ivi compresa, anche tramite il ricorso a misure promozionali, la frazione non biodegradabile e i combustibili derivati dai rifiuti…”. Nel 2003, in Italia, sono stati emessi 34.617 Certificati Verdi (un Certificato Verde equivale alla produzione di 100.000 chilowattore di elettricità).
La maggior parte di questi certificati derivano dalla produzione di elettricità da vere fonti rinnovabili: idroelettrica (39,6%), geotermica (32,6%), eolica (12,2%), fotovoltaica (0,1%). La produzione di elettricità prodotta bruciando biomasse e rifiuti, la cui rinnovabilità è alquanto dubbia, visto che l’unica componente dei rifiuti degna di attenzione per il suo potere calorifico sono le plastiche, ha coperto il 15,6% della emissione di Certificati Verdi,
il cui valore commerciale è stato di 44,5 milioni di euro. Pertanto, grazie al trucchetto dell’articolo 17, si è fatto un piacere ai gestori di inceneritori e si sono sottratti gran parte dei 44,5 milioni di euro di incentivi alle vere fonti energetiche rinnovabili. Ma il “piatto” dell’incenerimento dei rifiuti è ancora più ricco e
anche, è il caso di dirlo, più sporco. Nel 1992, il Comitato Interministeriale dei prezzi, con la Delibera del
29 aprile, aveva già provveduto, con il sesto provvedimento emanato quell’anno (di qui il nome comune di questo provvedimento: CIP6) ad incentivare (poco) le autentiche fonti energetiche “rinnovabili”, mentre chiaramente lo scopo di questo decreto era di agevolare in primo luogo le fonti “assimilabili”, tra le quali, oltre ai soliti rifiuti
urbani, gli “scarti di lavorazione e fonti fossili prodotte esclusivamente da giacimenti minori isolati”. Non ci è chiaro chi siano i beneficiari di questa Delibera ( il carbone del Sulcis? I petrolieri?) , ma sicuramente la maggior parte dei finanziamenti del CIP6 vanno a queste fonti energetiche che sono “assimilate” a quelle rinnovabili solo dal fatto che ricevono gli stessi incentivi. Come si diceva, il piatto dei CIP6 è enormemente più ricco di quello dei Certificati Verdi, in quanto nel 2004 gli incentivi CIP6 sono stati di ben 2,4 miliardi di euro, di cui l’8% (circa 200 milioni di euro) è
andato ancora una volta ai termovalorizzatori, in particolare all’inceneritore di Brescia che “termovalorizzando” 700.000 tonnellate annue di rifiuti e biomasse ha incassato, come incentivi CIP6, qualcosa come 69 miliardi di euro, pagati da tutte le famiglie italiane con la loro bolletta della luce.
Pertanto nel 2004, grazie a CIP6 e Certificati Verdi, i novanta termovalorizzatori di biomasse e rifiuti, attualmente in funzione in Italia, hanno ricevuto incentivi per 144 milioni di euro, pagati letteralmente da tutti gli italiani e sottratti allo sviluppo delle vere fonti energetiche rinnovabili.
Ad esempio, questa bella cifra avrebbe potuto coprire integralmente le spese di installazione di una decina di migliaia di pannelli fotovoltaici che costano ancora molto, ma hanno un impatto ambientale nullo e la possibilità, anche per pochi metri quadrati, di essere collocati su gran parte dei tetti, delle terrazze, delle tettoie, delle pensiline del nostro Bel Paese. In questo modo, ogni famiglia italiana potrebbe immettere direttamente in rete l’elettricità prodotta con energia solare e, diventata produttrice, godere legittimamente, come da tempo si fa in Germania, dei vantaggi economici dei Certificati Verdi.

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domenica, 21 agosto 2005

IS THE AGE OF OIL DRAWING TO A CLOSE?

Consider the alternatives: Is the age of oil drawing to a close?

"CONSERVATION may be a sign of personal virtue, but it is not a sufficient basis, all by itself, for a sound, comprehensive energy policy." So declared Dick Cheney, America's vice-president (and former boss of Halliburton), in 2001 as he defended his administration's new energy policy. That policy still aims to bolster energy independence from OPEC by boosting domestic supplies, including oil found in protected parts of Alaska.

Alas, America will never achieve energy "independence", given that it consumes a quarter of the world's oil but has less than 3% of its proven reserves. A boost to its output will make little difference to the global energy equation, and its energy plan does little to encourage greater fuel economy in cars or gas-guzzling sport-utility vehicles.

That is a pity, for history shows that curbing demand can be a powerful check on the OPEC cartel. After the oil shocks of the 1970s, the developed world introduced powerful policies to encourage energy efficiency. In Europe and Japan, these took the form of energy taxes; America chose instead to regulate the car industry through the Corporate Average Fuel Economy (CAFE) law.

At the time, energy use and economic output were thought always to grow in lockstep. Amory Lovins, head of the Rocky Mountain Institute, a natural-resources consultancy, argued that there was an alternative "soft path". He was widely ridiculed, but the 1980s proved him right. Thanks chiefly to government policies, growth in the rich world's energy use and GDP decoupled, and the OECD countries became much more energy-efficient (see chart 6, next page).

The biggest success was the CAFE law, which between 1978 and 1987 produced an improvement of over two-fifths in the average fuel efficiency of new American-made cars. Between 1977 and 1985, the volume of America's net oil imports fell by nearly half even as its economy grew by a quarter. Mr Lovins believes this broke OPEC's pricing power for a decade. The world enjoyed low and stable oil prices in the late 1980s and much of the 1990s.

All this shows that government energy policies matter. As this survey has argued, today's high oil price is not causing a shock of the sort seen in the 1970s. Even so, governments would be wise to bring in policies that speed the end of the age of oil.

But why, ask oilmen, when oil has served the world economy so splendidly over the past century? The iron nexus between the internal-combustion engine and petrol has indeed been vital to the extraordinary economic expansion seen in the 20th century. But now the oil industry has to contend with two powerful forces for change: greenery and geopolitics.

Concerns about oil's impact on local pollution and human health are nothing new, and CERA's Mr Yergin argues that the oil and car industries have dealt with them successfully through technologies such as catalytic converters and low-sulphur petrol: "They have shown that they can deal with smog: today's cars are 98% cleaner than those from the 1970s on conventional pollution."

However, the internal-combustion engine will never be able to overcome the problem of carbon emissions, which are an unavoidable side-effect of burning petrol. Mr Yergin believes that the growing popular pressure for governments to tackle global warming poses a serious challenge to the oil industry.

An even more powerful reason for governments to promote alternatives to oil comes from geopolitics. As the "fear premium" on the oil markets has shown, the oil world has become increasingly volatile. Every official forecast shows that the Persian Gulf's share of the oil trade will grow inexorably over the next two decades, so the risk of terrorist attack, embargo or economic shock is bound to rise. The likeliest sources of trouble outside Saudi Arabia are the frenetically busy Straits of Hormuz, in the Middle East, and the Straits of Malacca in Asia.

The 1970s oil shocks prompted the rich world to switch from petroleum to other fuels for such things as power generation. But there are no viable alternatives to the motor car, so the share of the world's oil going to transport has risen sharply. That has left the world dangerously vulnerable to the next oil shock. Oil use is now concentrated in a sector that simply cannot live without it.

There is clearly a strong case for governments to start weaning their economies off oil. But how? The most radical idea is to rethink transport completely so that at least in urban areas (where the majority of mankind now lives) there is much less need for individual cars. Mobility would be provided by trains, subways and ride-sharing schemes instead. Perhaps in future, enlightened urban planners will design cities with cheap and convenient public transport in mind. Alas, that time has not yet come: just look at China.

As soon as ordinary Chinese become wealthy enough to buy a car, they happily abandon public transport. Shanghai's economic boom has been accompanied by an annual rise of 15% in the number of cars in the past few years, which explains the city's miserable traffic and smog. Officials have tried to curb this by introducing an auction system for new car permits, but have been taken aback by the demand. The price of new permits has shot up past $5,000 per car and is still rising.

In short, public transport is vitally important, but it will never dislodge the car. For the world's aspiring billions, it is the ultimate symbol of status and freedom, even if it perpetuates mankind's addiction to oil. That points to more practical ways to tackle petro-dependency: increasing efficiency and boosting alternative fuels.

The first candidate for efficiency gains is America, land of the gas guzzler. CAFE was a success, but a loophole has allowed SUVs to dodge tight fuel-economy standards. The average fuel economy of new American vehicles is close to a 20-year low. Tightening CAFE would make sense, but a less market-distorting approach would be to raise America's pitifully low petrol taxes.

More importantly, a higher petrol price in America would send a strong price signal to the markets that efficiency matters. That would boost innovations such as hybrid drives, pioneered by Toyota, which are now slowly making their way on to the market. Hybrid cars use conventional petrol engines, but boost overall fuel economy through the use of a small electric motor at low speeds, as well as clever electronics that capture the energy generated in braking.

But boosting efficiency will not be enough, says Larry Burns, GM's head of research. He believes that the internal-combustion engine will at best become 25% more efficient over time, and hybrids may save a similar amount, but that the increased petrol consumption that comes with economic growth may wipe out these gains. The world will remain utterly reliant on oil: "Our industry is 98% dependent on petroleum to power our product, and we're very worried about volatility." That is why, he explains, his firm is keen on alternative fuels.

The current favourite is biofuels, typically made from renewable resources such as agricultural crops or waste. They are attractive not only because they are green, but because they can be blended into conventional petrol and used in today's engines. Brazil has a huge market for ethanol made from domestic sugar cane. Car companies are equipping vehicles with "flex-fuel" capability, so they can run on either petrol or ethanol blends.

All biofuels cost more than petrol, but some are egregiously wasteful. In America, making ethanol from corn usually takes more energy and creates more nasty emissions than burning the petrol it is meant to replace. And yet, thanks to the political power of mid-western farmers, the country spends billions of dollars on producing it. However, the next generation of "cellulosic" ethanol promises to be much greener. Iogen, a Canadian firm pioneering this technology, says America produces enough agricultural waste to put 10% ethanol into every petrol tank in the country. It expects to scale up its technology to a commercial prototype by 2008.

Another intriguing alternative to oil comes from natural gas. Gas-to-liquids (GTL) is the clunky name given to a set of fuels that can be blended into conventional diesel and used in today's engines. They have the advantage of being super-clean, as well as boosting the potency of diesel fuel. Though they can be made from coal or biomass, the most likely option is natural gas.

Jack Jacometti of Shell
argues that of all the alternative fuels, GTL is already the cheapest, and the price is dropping as the quantity rises. His firm is planning a $6 billion GTL plant in Qatar, home to the world's third-largest gas reserves. Because this clean fuel happens to be made from natural gas, the oil majors do not see it as a threat. Indeed, it allows them to put some of their more inaccessible gas reserves to commercial use.

These blended alternatives may eventually help check OPEC's pricing power at the margin, but none is likely to make a real dent in oil consumption. To use them to best advantage, the IEA is urging governments to use smart subsidies that discriminate in favour of the greenest forms of biofuel. In the agency's most optimistic scenario, the OECD's biofuels consumption will rise 25-fold by 2030—but even then it will account for no more than 4% of worldwide transport-fuel consumption.

The emerging combination of hydrogen fuel and fuel-cell engines may go further. Fuel cells are essentially big batteries that combine hydrogen fuel and oxygen from the air to make electricity that can power anything from a laptop to a home or a car. The hydrogen can be made from any primary energy source, be it fossil fuels or wind energy.

The beauty of this combination is that it produces no local emissions, and if the hydrogen is made from renewables or coal with carbon sequestration technology (which captures the carbon emissions from hydrocarbon use and stores them underground), no greenhouse gases either. That is why, says GM's Mr Burns, "fuel cells will finally take the automobile out of the environmental debate." And because hydrogen can be made anywhere by anybody, no OPEC would hold sway.

Fuel cells will not come overnight, but the car industry is already pouring billions of dollars into developing them. GM plans to have fuel-cell technology ready for commercial use in 1m cars by 2010—provided the hydrogen filling stations are in place. Will the oil industry rise to the challenge?

It is not as daunting as it seems. If hydrogen is introduced in phases, as unleaded petrol was, the industry should be able to cope. Various studies have suggested that the cost of providing convenient access to hydrogen to a majority of Americans would be a few tens of billions of dollars, which sounds a lot but is actually quite a modest amount by the oil industry's standards. This would probably involve tapping into the natural-gas grid to make the hydrogen fuel, and putting hydrogen pumps into existing petrol stations.

So which technology is the one to watch? "GTL, biofuels, hydrogen—everything is coming in a small way," says Ms Jaffe of Rice University. "The question is, will anything be a big winner and achieve market saturation? If you're Exxon, you're betting it will all be marginal."

And indeed Exxon forecasts that in 2030 internal-combustion engines will still make up over 95% of the world's vehicle fleet, and that oil will remain top dog (see chart 6, previous page). Mr Raymond, Exxon's boss, thinks renewable energy is "a complete waste of money". He has argued in the past that global warming is an unscientific notion perpetuated by government scientists in search of funding, though his company now tries to downplay such views.

Mr Raymond may well be the most successful oilman since Rockefeller himself. On one estimate, in his 12 years at the helm he has lifted his company's "economic value added" by $75 billion and its market value by $300 billion. However, it is just possible that he is underestimating the long-term risk that climate change and geopolitics pose to his firm. If governments become more determined to promote alternatives to fossil fuels, or if the new wave of private lawsuits and shareholder resolutions against oil companies over global warming turns Big Oil into the next Big Tobacco, then even a giant such as Exxon will feel the consequences.

There are already signs that a clean-energy revolution is getting under way. Whether prodded by low-carbon regulations or enticed by green subsidies, venture capitalists are pouring pots of money into low-carbon energy technologies, ranging from renewables to carbon sequestration. Even nuclear power, once thought dead, is getting a second look because it emits no greenhouse gases.

And it is not only start-ups that are making such investments. Giant GE, for instance, is now getting into the game in a big way. John Rice, the head of GE's energy business, says his wind division may have revenues of perhaps $2 billion this year—quite respectable for a technology that for many years was dismissed as hopelessly impractical. GE has invested in solar energy and fuel cells too. But it is also making a big push into nuclear power and "clean coal" technologies. Mr Rice explains that because of the uncertainty surrounding oil's future, "We take a portfolio approach: a little bit of everything."

If the majors want to stay on top, they too should take the threats to oil's supremacy seriously and start looking at alternatives. Sir Mark Moody-Stuart put it best a few years ago when he was chairman of Shell: "We need to meet our customers' needs for energy, even if that means leaving hydrocarbons behind." BP and Shell have done more than others, each setting up divisions to investigate renewable energy and hydrogen, but the amounts they are spending are still small compared with the money that goes on their oil and gas divisions. Environmentalists dismiss these efforts as "greenwash".

Even the most powerful man in the oil patch, Saudi Arabia's Mr Naimi, seems to acknowledge that his world is changing. Five years ago, when asked about the prospects for hydrogen, he immediately replied: "Hydrocarbons will remain the fuel of choice for the 21st century." Asked the same question again recently, he reflected before replying. He had been surprised by the size of the investment the global car industry is making in fuel cells, and he was concerned about efforts to tackle climate change, which he believed would hurt oil. Most revealingly, he said that his country was now looking into carbon-sequestration technologies. Eventually he got back to the question: "Oil will still dominate for the next 30-50 years, because there are no meaningful substitutes."

Old lags in the industry have long quipped: "The stone age did not end for lack of stone, and the oil age will end long before the world runs out of oil." Nowadays that sounds less like a joke and more like a forecast.

Copyright 2005 The Economist Newspapers Ltd. All Rights Reserved The Economist April 30, 2005

11:40 Scritto in Approfondimento Domenicale | Link permanente | Commenti (0) | Manda | Tag: Future of energy

domenica, 14 agosto 2005

EOLO arriva (o avrebbe voluto) in macchina

Guy Negre, ingegnere progettista di motori per Formula 1, che ha lavorato alla Williams per diversi anni, nel 2001 presentava al Motorshow di Bologna una macchina rivoluzionaria: la "Eolo" (questo il nome originario dato al modello).

Era una vettura con motore ad aria compressa, costruita interamente in alluminio tubolare, fibra di canapa e resina, leggerissima ed ultraresistente. Capace di fare 100 Km con 0,77 euro, poteva raggiungere una velocità di 110 Km/h e funzionare per più di 10 ore consecutive nell'uso urbano. Dallo scarico usciva solo aria, ad una temperatura di circa -20°, che veniva utilizzata d'estate per l'impianto di condizionamento.

Collegando Eolo ad una normale presa di corrente, nel giro di circa 6 ore il compressore presente all'interno dell'auto riempiva le bombole di aria compressa, che veniva utilizzata poi per il suo funzionamento. Non essendoci camera di scoppio né sollecitazioni termiche o meccaniche, la manutenzione era praticamente nulla, paragonabile a quella di una
bicicletta. Il prezzo al pubblico doveva essere di circa 18 milioni delle vecchie lire, nel suo allestimento più semplice.

Qualcuno l'ha mai vista in Tv? Al Motorshow fece un grande scalpore, tanto che il sito www.eoloauto.it venne subissato di richieste di prenotazione: chi vi scrive fu uno deitanti a mettersi in lista d'attesa, lo stabilimento era in costruzione, la produzione doveva partire all'inizio del 2002: si trattava di pazientare ancora pochi mesi per essere finalmente liberi dalla schiavitù della benzina, dai rincari continui, dalla puzza insopportabile, dalla sporcizia, dai costi di manutenzione, da tutto unsistema interamente basato sull'autodistruzione di tutti per ilprofittodi pochi.

Insomma l'attesa era grande, tutto sembrava essere pronto, eppure, stranamente da un certo momento in poi non si hanno più notizie. Il sito scompare, tanto che ancora oggi l'indirizzo www.eoloauto.it risulta essere in vendita. Questa vettura rivoluzionaria, che, senza aspettare 20 anni per l'idrogeno (che costerà alla fine quanto la benzina e ce lo venderanno sempre le stesse compagnie) avrebbe risolto OGGI un sacco di problemi, scompare senza lasciare traccia.

A dire il vero una traccia la lascia, e nemmeno tanto piccola: la traccia è nella testa di tutte le persone che hanno visto, hanno passato parola, hanno usato Internet per far circolare informazioni. Tant'è che anche oggi, se scrivete su Google la parola "Eolo", nella prima pagina dei risultati trovate diversi riferimenti a questa strana storia. Come stanno oggi le cose, previsioni ed approfondimenti. Il progettista di questo motore rivoluzionario ha stranamente la boccacucita, quando gli si chiede il perchè di questi ritardi continui.

I 90 dipendenti assunti in Italia dallo stabilimento produttivo sono attualmente in cassa integrazione senza aver mai costruito neancheun'auto. I dirigenti di Eolo Auto Italia rimandano l'inizio della produzione a data da destinarsi, di anno in anno. Oggi si parla, forse della primametà del 2006... Quali considerazioni si possono fare su questa deprimente vicenda?

Certamente viene da pensare che le gigantesche corporazioni del petrolio non vogliano un mezzo che renda gli uomini indipendenti. La benzina oggi, l'idrogeno domani, sono comunque entrambi guinzagli molto ben progettati. Una macchina che non abbia quasi bisogno di tagliandi né di cambi olio, che sia semplice e fatta per durare e che consumi soltanto energia elettrica, non fa guadagnare abbastanza. Quindi deve essere eliminata, nascosta insieme a chissà cos'altro in quei cassetti di cui parlava Beppe Grillo tanti anni fa, nelle scrivanie di qualche ragioniere della Fiat o della Esso, dove non possa far danno ed intaccare la grossa torta che fa grufolare di gioia le grandi compagnie del petrolio e le case costruttrici, senza che l'"informazione" ufficiale dica mai nulla, presa com'è a scodinzolare mentre divora le briciole sotto al tavolo...

LA GENTE DEVE SAPERE!!!!!!! >>> Link utili: http://www.eoloenergie.it/html/ita.html

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domenica, 07 agosto 2005

L'ENERGIA CINESE

La Cina ha poco petrolio o poco gas, ma possiede grandi riserve di carbone. Oggi, circa l'80% del suo fabbisogno energetico é garantito da questo combustibile fossile, che però ha gravi conseguenze socioambientali dentro e fuori i confini del paese. L'anno scorso lo sfruttamento intensivo delle miniere, che non è accompagnato da adeguate misure di sicurezza sul alvoro, é costato la vita a 6mila minatori. Il consumo crescente di carbone ha portato le emissioni di anidride carbonica, nitrati e solfati oltre le soglie di sicurezza internazionali, minacciando il clima globale. Nature sottolinea che la situazione è destinata a peggiorare: il prodotto interno lordo della Cina quadruplicherà entro il 2020 e il consumo di carbone raggiungerà i 3,5 miliardi di tonnellate. Per soddisfare il crescente fabbisogno energetico e contenere l'inquinamento la ricerca cinese punta alle nuove tecnologie che permettono di estrarre combustibili liquidi e gassosi dal carbone in modo da ridurre al massimo la dipendenza dalle importazioni di petrolio. Ma queste tecnologie non sono ancora a punto e, almeno sul breve periodo, non serviranno a ridurre le emissioni di anidride carbonica, uno dei principali gas serra.

Articolo tratto da: Internazionale.It

Versione originale da: Nature.Com

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domenica, 31 luglio 2005

Requiem al Protocollo di Kyoto - Una pessima informazione per un pessimo governo

di Andrea Barbabella

Nell’ambito dell’iniziativa promossa dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio “Ambiente è Sviluppo”, con la finalità di aumentare il grado di consapevolezza dei cittadini circa le principali tematiche ambientali del nuovo millennio, il 20 giugno 2005 si è tenuto, presso la sede romana del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), il convegno “I Cambiamenti Climatici”. L’evento ha prodotto nello scrivente uno stato di profonda depressione pomeridiana, della quale riusciva a liberarsi solo in tarda serata, grazie a racconti partigiani e a danze della tradizione contadina (a proposito, un sentito ringraziamento a Giovanni Lindo Ferretti, al maestro Ambrogio Sparagna, e all’organizzazione di Villa Ada tutta, a partire dall’Arci). A produrre tale stato di fastidioso malessere è stata la combinazione fatale dei contenuti del convegno, chiarificatori della posizione dell’attuale Governo italiano in materia, e della sede che ha ospitato l’evento, fatto espressivo della condizione in cui versa il sistema della ricerca italiana.

Il convegno è stato organizzato secondo un percorso lineare e coerente: ad esprimere la propria posizione in materia di cambiamenti climatici è stata chiamata una eterogenea rappresentanza del mondo scientifico, seguita dai nostri governanti e amministratori in materia.

Deve essere stato davvero rassicurante per il cittadino sprovveduto a cui si rivolgeva l’evento sentirsi raccontare, da affermati professori e ricercatori di caratura mondiale, che i cambiamenti climatici, la cui evidenza non si può più negare, sono in realtà fatto assolutamente ‘naturale’, e mutamenti paragonabili a quelli attuali si sono già verificati nella storia non del pianeta ma in quella, ben più breve, della nostra umanità. Deve essere stato liberatorio apprendere che le attività svolte dall’uomo giocano un ruolo solo marginale, se non del tutto irrilevante, nel riscaldamento terrestre del quale primo responsabile è, in realtà, il sole con i suoi naturali cicli di attività, come mostrano d’altronde le correlazioni tra temperatura e macchie solari-attività magnetica-radianza solare. Forse lo sprovveduto cittadino si sarà persino risentito, scoprendo che molti degli scienziati che parlano di effetto serra, facenti spesso parte di gruppi pseudo-scientifici come quello dell’IPCC, in realtà straparlano, perlopiù vittime di approcci dogmatici o di scarse capacità modellistiche: così, nei loro lavori arrivano a trascurare elementi naturali la cui importanza in ambito climatico è evidente ai più, elaborando, così, previsioni errate e allarmistiche. Forse il povero cittadino avrà avvertito un senso di leggera inquietudine venendo a conoscenza di una strategica alleanza tra gli scienziati catastrofisti e il sistema di media, alleanza in grado di alterare la percezione dei singoli facendo leva, tra l’altro, sulla loro cattiva informazione.

Ma arrivato a questo punto il cittadino, forse leggermente disorientato, veniva preso per mano, in un metaforico gesto paterno, dai rappresentanti del ‘buon governo’ i quali, fatto cadere il velo della menzogna ambientalista, nella loro infinita saggezza sostenuta da un innato senso dell’equilibrio, si facevano portatori di un nuovo approccio ‘precauzionale’ illuminato, razionale e non dogmatico, in antitesi a quello sbandierato dal farneticante mondo ambientalista. Quello stesso mondo irresponsabile che ha promosso il Protocollo di Kyoto, strumento oramai superato e di chiara matrice illiberale, ancorato ad un vecchio approccio ‘command and control’ ma, prima di ogni cosa, assolutamente inefficace. Si può quasi immaginare lo stato d’animo dello sprovveduto cittadino, quando lo informavano che i veri nemici della lotta ai cambiamenti climatici sono proprio i promotori del suddetto Protocollo. Come? Presto detto. Obbligando i soli paesi industrializzati alla riduzione di appena il 5% delle emissioni in poco più di un ventennio, il Protocollo non tiene assolutamente conto delle reali dimensioni dello sforzo necessario a mantenere la concentrazione in atmosfera di gas serra a livelli tali da minimizzare i rischi per l’uomo: il 40, il 50, anche il 60% in meno di emissioni rispetto al 1990, proprio come indicato da quei manipolatori della realtà dell’IPCC, altro che 5%! Diventa quindi evidente per tutti, anche per il nostro caro sprovveduto, l’inutilità di attuare il Protocollo, strumento assolutamente insufficiente ad arrestare i cambiamenti climatici in corso. Ammettendo, così, la necessità di ridurre le emissioni nella misura indicata dall’IPCC (nonostante il parere contrario dei rappresentanti del mondo scientifico invitati al convegno), bisogna prima di ogni cosa individuare i principali responsabili di tali emissioni: e lo sprovveduto cittadino chi scopre essere i maggiori inquinatori del pianeta? I paesi in via di sviluppo (PVS) e la Cina, davanti a tutti. Che in realtà non sono ancora i maggiori inquinatori, ma lo diventeranno presto, diciamo al massimo tra 20 o 30 anni, quando i loro consumi energetici e i loro livelli di emissione supereranno quelli dei paesi industrializzati. E allora è lì, in questi paesi, che bisogna intervenire, ed è proprio lì che il Protocollo di Kyoto non interviene, non prevedendo per i PVS limiti di emissione (e a questo punto il cittadino vendicativo starà ricercando nella memoria i nomi, le facce ma, soprattutto, i colori degli artefici di tale inganno). E con il senso di sacrificio e di responsabilità che ci contraddistingue saremo noi, esponenti del civile Occidente, unica parte dell’umanità a preoccuparsi per il futuro del pianeta, ad affrontare in prima linea questa minaccia, andando ad investire le nostre risorse economiche nei paesi inquinatori, per migliorare la loro efficienza energetica e carbonica, magari anche a costo di limitarne i consumi. Questo nuovo approccio realista e razionale, avrà effetti positivi tali da far impallidire quelli previsti dal Protocollo di Kyoto, e consentirà, inoltre, di massimizzare l’efficienza economica degli investimenti, agendo su sistemi energetici obsoleti come quelli dei PVS, in cui costa certamente meno abbattere una tonnellata di CO2 rispetto a quanto costerebbe nei paesi industrializzati, paesi che già oggi adottano le migliori tecnologie disponibili e che sono, in assoluto, i primi a rispettare l’ambiente. Tale strategia, mirabilmente congegnata, avrebbe innumerevoli effetti positivi, ben oltre ciò che è a prima vista ipotizzabile: ad esempio, potrebbe far decollare la cooperazione internazionale, ambito in cui, tra l’altro, l’Italia colleziona maglie nere una dietro l’altra e, perché no, anche la stessa economia nazionale, ultimamente un po’ in difficoltà (ma in fondo non tanto, è anche questa una cattiva percezione ‘media-indotta’), aprendo nuovi e fertili mercati per le nostre aziende.

Poco conta che allo sprovveduto cittadino non venga comunicato che il grosso della comunità scientifica mondiale, di cui il campione presente al convegno era ben poco rappresentativo, ha oramai da diverso tempo raggiunto un elevato grado di intesa sul ruolo delle attività umane nei cambiamenti climatici, come recentemente ribadito nella dichiarazione congiunta delle principali accademie scientifiche mondiali (“Joint science academies’ statement: Global response to climate change”). E che tale posizione sia stata fatta propria praticamente da tutti i leader politici del pianeta, con la sottoscrizione nel 1992 della Convenzione sui cambiamenti climatici dell’ONU, nella quale la stessa definizione di cambiamenti climatici è posta in funzione delle responsabilità umane, e nel 1997 del Protocollo di Kyoto. E, ancora, che il primo obiettivo di riduzione fissato al 2012 da tale Protocollo, cui ne dovrebbero seguire degli altri ben più impegnativi, non ha certo la pretesa di arrestare definitivamente i cambiamenti climatici ma, più modestamente, di invertire la tendenza all’aumento delle emissioni dei paesi industrializzati, di gran lunga i principali responsabili delle emissioni prodotte fino ad oggi, agendo sui c.d. modelli di produzione e consumo insostenibili che vengono esportati nei PVS. Poco conta, ancora, che ad aprire il convegno, tracciandone idealmente lo svolgimento, sia stato Richard Linzen, meteorologo rappresentante di una minoranza del mondo scientifico statunitense, minoranza con la cui complicità l’attuale presidente George W. Bush ha portato negli ultimi anni gli USA su una posizione unica, e isolata, tra i grandi paesi industrializzati, a cominciare da quelli europei. Unica almeno fino ad oggi, ma da oggi, forse, in buona compagnia. Poco conta se l’Italia non solo non riuscirà a ridurre nel 2012 le proprie emissioni di ‘appena’ il 6,5% rispetto al 1990, ma le aumenterà, come ha fatto fino ad oggi, arrivando forse anche ad un +15-20%, forse di più. Poco conta se nei PVS, che tra venti o trent’anni avranno consumi energetici paragonabili ai paesi industrializzati, vivono oggi più di cinque miliardi di persone (che saranno sempre di più) contro circa un miliardo dei paesi industrializzati. E che un cinese, individuo inefficiente e inquinante che deve ridurre le proprie emissioni, consuma ogni anno circa 0,7 tonnellate equivalenti di petrolio contro oltre le 3 tonnellate di un europeo e le 8 di un cittadino statunitense. E, in fondo, poco conta che questo sgradevole spettacolo promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio si sia svolto nel cuore del sistema della ricerca italiano, il Centro Nazionale delle Ricerche.

Forse è vero: tutto questo, in fondo, conta molto poco. Basta sperare che il nostro caro concittadino non sia poi così sprovveduto come qualcuno vorrebbe farci credere...

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domenica, 17 luglio 2005

Studi sull'impatto ambientale e sui tempi di ritorno energetici dei sistemi fotovoltaici

Finalmente il decreto attuativo per la parte fotovoltaica della legge 387/2003 sulle fonti rinnovabili é stato approvato lo scorso giovedì dalla conferenza stato-regioni, ora si aspetta l'approvazione da parte del consiglio dei ministri e la conseguente pubblicazione in G.U.. Segnaliamo che da una nostra indagine su La Repubblica, La Stampa e Corriere della Sera di venerdì, solo quest'ultimo riportava una breve nota sull'approvazione del decreto attuativo. In Italia manca non solo la cultura sulle rinnnovabili, ma anche l'attenzione da parte della stampa. Riteniamo quindi opportuno ripetere la pubblicazione in questo redazionale domenicale del nostro articolo su:

<<Studi sull'impatto ambientale e sui tempi di ritorno energetici dei sistemi fotovoltaici>> apparso nell'ultimo numero de Il Sole a 360 Gradi, newsletter di ISES Italia.

Questo articolo riporta le due presentazioni, fatte durante la 20th EUPVSEC, relative all’impatto ambientale della produzione di moduli fotovoltaici e alle implicazioni che potrebbero avere le nuove leggi ambientali europee per l’industria fotovoltaica. Il gruppo che, tra gli altri, porta avanti questo importatissimo lavoro è legato ai ricercatori olandesi Erik Alsema e Mariska de Wild-Scholten. Entrambi partecipano al progetto integrato del sesto programma quadro di ricerca e sviluppo della Commissione Europea, chiamato CrystalCle