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domenica, 31 luglio 2005
Requiem al Protocollo di Kyoto - Una pessima informazione per un pessimo governo
di Andrea Barbabella
Nell’ambito dell’iniziativa promossa dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio “Ambiente è Sviluppo”, con la finalità di aumentare il grado di consapevolezza dei cittadini circa le principali tematiche ambientali del nuovo millennio, il 20 giugno 2005 si è tenuto, presso la sede romana del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), il convegno “I Cambiamenti Climatici”. L’evento ha prodotto nello scrivente uno stato di profonda depressione pomeridiana, della quale riusciva a liberarsi solo in tarda serata, grazie a racconti partigiani e a danze della tradizione contadina (a proposito, un sentito ringraziamento a Giovanni Lindo Ferretti, al maestro Ambrogio Sparagna, e all’organizzazione di Villa Ada tutta, a partire dall’Arci). A produrre tale stato di fastidioso malessere è stata la combinazione fatale dei contenuti del convegno, chiarificatori della posizione dell’attuale Governo italiano in materia, e della sede che ha ospitato l’evento, fatto espressivo della condizione in cui versa il sistema della ricerca italiana.
Il convegno è stato organizzato secondo un percorso lineare e coerente: ad esprimere la propria posizione in materia di cambiamenti climatici è stata chiamata una eterogenea rappresentanza del mondo scientifico, seguita dai nostri governanti e amministratori in materia.
Deve essere stato davvero rassicurante per il cittadino sprovveduto a cui si rivolgeva l’evento sentirsi raccontare, da affermati professori e ricercatori di caratura mondiale, che i cambiamenti climatici, la cui evidenza non si può più negare, sono in realtà fatto assolutamente ‘naturale’, e mutamenti paragonabili a quelli attuali si sono già verificati nella storia non del pianeta ma in quella, ben più breve, della nostra umanità. Deve essere stato liberatorio apprendere che le attività svolte dall’uomo giocano un ruolo solo marginale, se non del tutto irrilevante, nel riscaldamento terrestre del quale primo responsabile è, in realtà, il sole con i suoi naturali cicli di attività, come mostrano d’altronde le correlazioni tra temperatura e macchie solari-attività magnetica-radianza solare. Forse lo sprovveduto cittadino si sarà persino risentito, scoprendo che molti degli scienziati che parlano di effetto serra, facenti spesso parte di gruppi pseudo-scientifici come quello dell’IPCC, in realtà straparlano, perlopiù vittime di approcci dogmatici o di scarse capacità modellistiche: così, nei loro lavori arrivano a trascurare elementi naturali la cui importanza in ambito climatico è evidente ai più, elaborando, così, previsioni errate e allarmistiche. Forse il povero cittadino avrà avvertito un senso di leggera inquietudine venendo a conoscenza di una strategica alleanza tra gli scienziati catastrofisti e il sistema di media, alleanza in grado di alterare la percezione dei singoli facendo leva, tra l’altro, sulla loro cattiva informazione.
Ma arrivato a questo punto il cittadino, forse leggermente disorientato, veniva preso per mano, in un metaforico gesto paterno, dai rappresentanti del ‘buon governo’ i quali, fatto cadere il velo della menzogna ambientalista, nella loro infinita saggezza sostenuta da un innato senso dell’equilibrio, si facevano portatori di un nuovo approccio ‘precauzionale’ illuminato, razionale e non dogmatico, in antitesi a quello sbandierato dal farneticante mondo ambientalista. Quello stesso mondo irresponsabile che ha promosso il Protocollo di Kyoto, strumento oramai superato e di chiara matrice illiberale, ancorato ad un vecchio approccio ‘command and control’ ma, prima di ogni cosa, assolutamente inefficace. Si può quasi immaginare lo stato d’animo dello sprovveduto cittadino, quando lo informavano che i veri nemici della lotta ai cambiamenti climatici sono proprio i promotori del suddetto Protocollo. Come? Presto detto. Obbligando i soli paesi industrializzati alla riduzione di appena il 5% delle emissioni in poco più di un ventennio, il Protocollo non tiene assolutamente conto delle reali dimensioni dello sforzo necessario a mantenere la concentrazione in atmosfera di gas serra a livelli tali da minimizzare i rischi per l’uomo: il 40, il 50, anche il 60% in meno di emissioni rispetto al 1990, proprio come indicato da quei manipolatori della realtà dell’IPCC, altro che 5%! Diventa quindi evidente per tutti, anche per il nostro caro sprovveduto, l’inutilità di attuare il Protocollo, strumento assolutamente insufficiente ad arrestare i cambiamenti climatici in corso. Ammettendo, così, la necessità di ridurre le emissioni nella misura indicata dall’IPCC (nonostante il parere contrario dei rappresentanti del mondo scientifico invitati al convegno), bisogna prima di ogni cosa individuare i principali responsabili di tali emissioni: e lo sprovveduto cittadino chi scopre essere i maggiori inquinatori del pianeta? I paesi in via di sviluppo (PVS) e la Cina, davanti a tutti. Che in realtà non sono ancora i maggiori inquinatori, ma lo diventeranno presto, diciamo al massimo tra 20 o 30 anni, quando i loro consumi energetici e i loro livelli di emissione supereranno quelli dei paesi industrializzati. E allora è lì, in questi paesi, che bisogna intervenire, ed è proprio lì che il Protocollo di Kyoto non interviene, non prevedendo per i PVS limiti di emissione (e a questo punto il cittadino vendicativo starà ricercando nella memoria i nomi, le facce ma, soprattutto, i colori degli artefici di tale inganno). E con il senso di sacrificio e di responsabilità che ci contraddistingue saremo noi, esponenti del civile Occidente, unica parte dell’umanità a preoccuparsi per il futuro del pianeta, ad affrontare in prima linea questa minaccia, andando ad investire le nostre risorse economiche nei paesi inquinatori, per migliorare la loro efficienza energetica e carbonica, magari anche a costo di limitarne i consumi. Questo nuovo approccio realista e razionale, avrà effetti positivi tali da far impallidire quelli previsti dal Protocollo di Kyoto, e consentirà, inoltre, di massimizzare l’efficienza economica degli investimenti, agendo su sistemi energetici obsoleti come quelli dei PVS, in cui costa certamente meno abbattere una tonnellata di CO2 rispetto a quanto costerebbe nei paesi industrializzati, paesi che già oggi adottano le migliori tecnologie disponibili e che sono, in assoluto, i primi a rispettare l’ambiente. Tale strategia, mirabilmente congegnata, avrebbe innumerevoli effetti positivi, ben oltre ciò che è a prima vista ipotizzabile: ad esempio, potrebbe far decollare la cooperazione internazionale, ambito in cui, tra l’altro, l’Italia colleziona maglie nere una dietro l’altra e, perché no, anche la stessa economia nazionale, ultimamente un po’ in difficoltà (ma in fondo non tanto, è anche questa una cattiva percezione ‘media-indotta’), aprendo nuovi e fertili mercati per le nostre aziende.
Poco conta che allo sprovveduto cittadino non venga comunicato che il grosso della comunità scientifica mondiale, di cui il campione presente al convegno era ben poco rappresentativo, ha oramai da diverso tempo raggiunto un elevato grado di intesa sul ruolo delle attività umane nei cambiamenti climatici, come recentemente ribadito nella dichiarazione congiunta delle principali accademie scientifiche mondiali (“Joint science academies’ statement: Global response to climate change”). E che tale posizione sia stata fatta propria praticamente da tutti i leader politici del pianeta, con la sottoscrizione nel 1992 della Convenzione sui cambiamenti climatici dell’ONU, nella quale la stessa definizione di cambiamenti climatici è posta in funzione delle responsabilità umane, e nel 1997 del Protocollo di Kyoto. E, ancora, che il primo obiettivo di riduzione fissato al 2012 da tale Protocollo, cui ne dovrebbero seguire degli altri ben più impegnativi, non ha certo la pretesa di arrestare definitivamente i cambiamenti climatici ma, più modestamente, di invertire la tendenza all’aumento delle emissioni dei paesi industrializzati, di gran lunga i principali responsabili delle emissioni prodotte fino ad oggi, agendo sui c.d. modelli di produzione e consumo insostenibili che vengono esportati nei PVS. Poco conta, ancora, che ad aprire il convegno, tracciandone idealmente lo svolgimento, sia stato Richard Linzen, meteorologo rappresentante di una minoranza del mondo scientifico statunitense, minoranza con la cui complicità l’attuale presidente George W. Bush ha portato negli ultimi anni gli USA su una posizione unica, e isolata, tra i grandi paesi industrializzati, a cominciare da quelli europei. Unica almeno fino ad oggi, ma da oggi, forse, in buona compagnia. Poco conta se l’Italia non solo non riuscirà a ridurre nel 2012 le proprie emissioni di ‘appena’ il 6,5% rispetto al 1990, ma le aumenterà, come ha fatto fino ad oggi, arrivando forse anche ad un +15-20%, forse di più. Poco conta se nei PVS, che tra venti o trent’anni avranno consumi energetici paragonabili ai paesi industrializzati, vivono oggi più di cinque miliardi di persone (che saranno sempre di più) contro circa un miliardo dei paesi industrializzati. E che un cinese, individuo inefficiente e inquinante che deve ridurre le proprie emissioni, consuma ogni anno circa 0,7 tonnellate equivalenti di petrolio contro oltre le 3 tonnellate di un europeo e le 8 di un cittadino statunitense. E, in fondo, poco conta che questo sgradevole spettacolo promosso dal Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio si sia svolto nel cuore del sistema della ricerca italiano, il Centro Nazionale delle Ricerche.
Forse è vero: tutto questo, in fondo, conta molto poco. Basta sperare che il nostro caro concittadino non sia poi così sprovveduto come qualcuno vorrebbe farci credere...
11:10 Scritto in Approfondimento Domenicale | Link permanente | Commenti (0) | Segnala